Chiusi dentro
Nessuno sceglie di restare chiuso dentro un servizio. Si sceglie un servizio comodo, conveniente, che funziona. Il resto succede da solo, un anno alla volta, finché un giorno ci si accorge che andarsene costerebbe troppo. In inglese si chiama lock-in: essere chiusi dentro.
Come funziona la trappola
Il meccanismo ha tre fasi, e si ripete con una regolarità quasi da manuale.
1. All’inizio conviene
Il servizio è gratuito o costa poco, funziona bene, risolve un problema vero. È fatto apposta: in questa fase il fornitore deve attirare più utenti possibile, e lo fa offrendo più di quanto chiede.
2. Poi ti ci sistemi
Anno dopo anno, nel servizio si accumula il tuo lavoro. Non solo i dati: le abitudini delle persone, le integrazioni con gli altri programmi, i link condivisi con i clienti, le procedure costruite attorno a quello strumento. Ogni cosa da sola è piccola. Messe insieme, sono il motivo per cui cambiare diventa impensabile.
3. Infine, il conto
Quando gli utenti non hanno più convenienza ad andarsene, il fornitore può cambiare le regole: alzare i prezzi, togliere funzioni, spostarle in piani più cari, aggiungere pubblicità o strumenti che nessuno ha chiesto. Non per cattiveria: perché può, e perché deve far crescere i ricavi.
Lo scrittore Cory Doctorow ha dato a questo processo un nome volutamente brutale, enshittification, intraducibile in modo educato. È stata la parola dell’anno 2023 per l’associazione dei linguisti americani. Il termine fa sorridere, ma descrive qualcosa di molto concreto.
Esempi degli ultimi anni
Nessuno di questi è uno scandalo. Sono decisioni commerciali normali, ed è proprio questo il punto: capitano di continuo.
- G Suite gratuita (2022): chi usava da anni la versione gratuita della suite di Google con il proprio dominio si è visto chiedere di passare a un piano a pagamento o andarsene. Dopo le proteste Google ha fatto un passo indietro, ma solo per l’uso personale: le aziende hanno dovuto pagare.
- Google Workspace (2025): Google ha incluso la sua intelligenza artificiale in tutti i piani per le aziende e ne ha alzato il prezzo. Chi non la voleva paga comunque.
- Microsoft 365 (2022 e 2026): due aumenti di prezzo in quattro anni sui piani più usati dalle piccole imprese. Lo racconta la pagina Al posto di Microsoft 365.
- Microsoft Authenticator (2025): l’app che milioni di persone usavano anche per le password ha smesso di gestirle, con l’invito a spostarle nel browser di Microsoft. Ne parla la pagina Al posto del gestore password.
- WhatsApp (2025): arrivano la pubblicità e l’assistente di intelligenza artificiale di Meta, su un’app che si era fatta amare per essere semplice e senza pubblicità. È nella pagina WhatsApp per lavoro.
- VMware (2024): dopo l’acquisizione da parte di Broadcom, il software di virtualizzazione su cui girano i server di moltissime aziende è passato dalle licenze perpetue ai soli abbonamenti, con pacchetti nuovi e, secondo molti clienti, costi moltiplicati. Chi aveva costruito l’infrastruttura su VMware non aveva un’alternativa pronta.
Cosa ti tiene dentro
Il lock-in non è un singolo vincolo, sono tanti fili sottili. Riconoscerli è il primo passo.
- I formati: documenti che si aprono bene solo con il programma che li ha creati, dati che si esportano in formati poco utili o non si esportano affatto.
- Le integrazioni: il gestionale collegato alla posta, il calendario collegato alle prenotazioni, lo spazio file collegato a tutto. Togliere un pezzo vuol dire ricollegare gli altri.
- L’account: “Accedi con Google”, “Accedi con Microsoft”. Lo stesso account apre servizi che non hanno niente a che fare con il fornitore, e perderlo vuol dire perderli tutti (la pagina Se domani ti chiudono l’account racconta cosa succede).
- Le abitudini: le persone hanno imparato quello strumento, e ogni cambiamento costa ore di formazione e un po’ di malumore.
- Il contratto: rinnovi automatici, abbonamenti annuali che non si disdicono a metà, penali, sconti legati alla durata.
Il debito che cresce in silenzio
Si può pensare al lock-in come a un debito: ogni anno che passa dentro un servizio aggiunge dati, integrazioni e abitudini da spostare il giorno in cui si vorrà uscire. Non lo vedi in nessuna fattura, ma c’è, e cresce. E di solito lo si scopre nel momento peggiore: quando arriva l’aumento, il servizio cambia o chiude, e uscire diventa urgente invece che una scelta.
L’Unione europea sta intervenendo: dal 2027 il Data Act vieta ai fornitori di cloud di far pagare il cambio di fornitore. È un aiuto, ma copre solo una parte del costo. Il resto è lavoro, ed è tuo. Quanto costa davvero, con i numeri, lo trovi in Quanto costa scendere dal cloud.
Come tenersi una porta aperta
Non si tratta di evitare tutti i servizi. Si tratta di scegliere quelli da cui si può uscire, e di controllare ogni tanto che la porta sia ancora aperta. Prima di affidare il lavoro a un servizio nuovo, fatti queste domande:
- Posso esportare tutto, in un formato che altri programmi leggono? Documenti Office o ODF, posta via IMAP, calendari e contatti in formati standard, file scaricabili in blocco.
- Il servizio usa standard aperti? Se sì, lo stesso lavoro si può fare con un altro fornitore senza ricominciare da capo.
- Lo stesso software lo offrono più fornitori? È il caso di Nextcloud, di Matrix, della posta sul tuo dominio: se il fornitore non ti va più bene, cambi fornitore, non strumento.
- L’indirizzo è mio? Dominio intestato a te, registrato separatamente dal resto.
- Quanto dura l’impegno? Meglio contratti brevi o mensili, anche a costo di qualche euro in più, che sconti legati a vincoli di anni.
E una volta all’anno, per i servizi che usi già: prova a uscire. Esporta i dati, aprili con un altro programma, guarda cosa manca. Se la porta è aperta, lo saprai. Se si è chiusa, lo saprai in tempo. Una copia aggiornata fuori dal fornitore, come spiega Il backup che non hai, è già metà del lavoro.
Fonti
- Cory Doctorow, Tiktok's enshittification: il post che ha dato il nome al fenomeno, in inglese
- American Dialect Society: parola dell'anno 2023: in inglese