Chiusi dentro

Di Davide Gargantini ·

Nessuno sceglie di restare chiuso dentro un servizio. Si sceglie un servizio comodo, conveniente, che funziona. Il resto succede da solo, un anno alla volta, finché un giorno ci si accorge che andarsene costerebbe troppo. In inglese si chiama lock-in: essere chiusi dentro.

Come funziona la trappola

Il meccanismo ha tre fasi, e si ripete con una regolarità quasi da manuale.

1. All’inizio conviene

Il servizio è gratuito o costa poco, funziona bene, risolve un problema vero. È fatto apposta: in questa fase il fornitore deve attirare più utenti possibile, e lo fa offrendo più di quanto chiede.

2. Poi ti ci sistemi

Anno dopo anno, nel servizio si accumula il tuo lavoro. Non solo i dati: le abitudini delle persone, le integrazioni con gli altri programmi, i link condivisi con i clienti, le procedure costruite attorno a quello strumento. Ogni cosa da sola è piccola. Messe insieme, sono il motivo per cui cambiare diventa impensabile.

3. Infine, il conto

Quando gli utenti non hanno più convenienza ad andarsene, il fornitore può cambiare le regole: alzare i prezzi, togliere funzioni, spostarle in piani più cari, aggiungere pubblicità o strumenti che nessuno ha chiesto. Non per cattiveria: perché può, e perché deve far crescere i ricavi.

Lo scrittore Cory Doctorow ha dato a questo processo un nome volutamente brutale, enshittification, intraducibile in modo educato. È stata la parola dell’anno 2023 per l’associazione dei linguisti americani. Il termine fa sorridere, ma descrive qualcosa di molto concreto.

Esempi degli ultimi anni

Nessuno di questi è uno scandalo. Sono decisioni commerciali normali, ed è proprio questo il punto: capitano di continuo.

Cosa ti tiene dentro

Il lock-in non è un singolo vincolo, sono tanti fili sottili. Riconoscerli è il primo passo.

Il debito che cresce in silenzio

Si può pensare al lock-in come a un debito: ogni anno che passa dentro un servizio aggiunge dati, integrazioni e abitudini da spostare il giorno in cui si vorrà uscire. Non lo vedi in nessuna fattura, ma c’è, e cresce. E di solito lo si scopre nel momento peggiore: quando arriva l’aumento, il servizio cambia o chiude, e uscire diventa urgente invece che una scelta.

L’Unione europea sta intervenendo: dal 2027 il Data Act vieta ai fornitori di cloud di far pagare il cambio di fornitore. È un aiuto, ma copre solo una parte del costo. Il resto è lavoro, ed è tuo. Quanto costa davvero, con i numeri, lo trovi in Quanto costa scendere dal cloud.

Come tenersi una porta aperta

Non si tratta di evitare tutti i servizi. Si tratta di scegliere quelli da cui si può uscire, e di controllare ogni tanto che la porta sia ancora aperta. Prima di affidare il lavoro a un servizio nuovo, fatti queste domande:

  1. Posso esportare tutto, in un formato che altri programmi leggono? Documenti Office o ODF, posta via IMAP, calendari e contatti in formati standard, file scaricabili in blocco.
  2. Il servizio usa standard aperti? Se sì, lo stesso lavoro si può fare con un altro fornitore senza ricominciare da capo.
  3. Lo stesso software lo offrono più fornitori? È il caso di Nextcloud, di Matrix, della posta sul tuo dominio: se il fornitore non ti va più bene, cambi fornitore, non strumento.
  4. L’indirizzo è mio? Dominio intestato a te, registrato separatamente dal resto.
  5. Quanto dura l’impegno? Meglio contratti brevi o mensili, anche a costo di qualche euro in più, che sconti legati a vincoli di anni.

E una volta all’anno, per i servizi che usi già: prova a uscire. Esporta i dati, aprili con un altro programma, guarda cosa manca. Se la porta è aperta, lo saprai. Se si è chiusa, lo saprai in tempo. Una copia aggiornata fuori dal fornitore, come spiega Il backup che non hai, è già metà del lavoro.

Fonti